LA NOTTE DELLA TARANTA

“Alcuni cantano, alcuni ridono, alcuni piangono, chi grida, chi dorme, chi veglia, chi salta, chi trema, chi suda, chi patisce altri diversi accidenti e fanno pazzie, come se fossero spiritati”.

C’erano una volta i tarantati, così come li descrive nel 1591 Cesare Ripa nella sua Iconologia. E ci sono ancora. Allora come adesso. Corpi in pena, corpi in amore, corpi pensanti, corpi leggeri. Donne e uomini che escono fuori di sé per cercarsi. A questa tecnica dell’estasi i saperi e le narrazioni hanno attribuito nel tempo i significati più diversi, e continuano a farlo proiettando sempre sull’ombra enigmatica della taranta la forma e il senso di una domanda destinata a mutare col tempo. Da allegoria a metafora, da patologia a simbolo, da stigma a oleografia. Perché cambiano i tempi, i modi e le forme ma ad essere in ballo c’è sempre il corpo. In Passato per dire a se stessi e agli altri il proprio mal di vivere, come morsi e feriti dal veleno di una tarantola. Oggi come il “dolce suon di corde” in grado di accendere e trascinare gli animi in una confusione piena di vita e di festa.

 Il tarantismo è incontro del corpo e della storia. Dal quale ciascuno inizia a correre all’inseguimento del senso di quel morso che fa del corpo un significante in fuga. O un simbolo sconosciuto. O, ancora, un sintomo di ribellione che morde e rimorde. Urlato e travolgente. Un “dolore muto” per cui uno si sente morire dicevano quelli che erano stati morsi. O uno spaesamento positivo che porta una giovane donna a ritrovare il suo villaggio nella memoria di un paese straniero. Riconoscendo nel ritmo ostinato del flamenco, nei piedi che battono il tablao strappando letteralmente l’anima come fosse un’appendice viscerale della danza, il piede della tarantata che batte furiosamente a terra per schiacciare il male. Come un’eco lontana portata dagli zingari dall’una all’altra delle lucenti terre del Sud. La Spagna e la Puglia, la taranta salentina e il taranto d’Almeria si fanno improvvisamente vicini, rivelando le ragioni incarnate di un’antica unità. E la Lascivia Chorea – così veniva chiamata nel ‘500 la danza di possessione – diventa il simbolo di un’alterazione positiva: diventare altro e avere l’altro in sé sono dunque l’unico antidoto possibile contro il veleno dell’assenza. Facendo della taranta il punto fatale che intreccia passato e futuro, la lettura del proprio destino, il fatto che si spiega nel senso più barocco del termine, che affida alla piega la ragione più profonda delle cose, una ragione solo in parte chiara, sempre velata di ombra e mistero.

La pizzica, ieri come oggi, guarisce, scioglie dal veleno – è una catarsi – tramite un movimento semplice, ritmato e libero. Sofferto ma alla fine liberatorio. La Notte della Taranta è il modo in cui il Salento si è riconciliato con le sue tradizioni, perse nel tempo e improvvisamente riconquistate. La tradizione di una festa. Diffusa eppure ristretta. Un ritmo tenace immerso nel silenzio. A ricordo di una tradizione più profonda, quella della pizzica, che si esprime col corpo. Quello della voce, del ballo, dell’anima.

agosto 26
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